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Economia

75000 dollari per bambino: la misura lascia a bocca aperta (quando in Italia?)

Nel dibattito sulle politiche familiari, la proposta di 75.000 dollari per bambino lascia a bocca aperta. Scopri cosa prevede questa misura, i suoi effetti e quando potrebbe essere adottata anche in Italia.

Un colosso dell’edilizia sudcoreano ha appena alzato l’asticella del welfare aziendale a livelli mai visti: 75.000 dollari per ogni nascita. È la cifra, pari a 100 milioni di won (circa 70 mila euro), che il Booyoung Group di Seul riconosce a ogni dipendente che diventa genitore.

75000 dollari per bambino: la misura lascia a bocca aperta (quando in Italia?) (Entecra.it)

La mossa, già in vigore e applicata anche in modo retroattivo, punta a scardinare il tabù più pesante della Corea del Sud contemporanea: un tasso di fertilità sceso a 0,78 figli per donna nel 2022, con proiezioni che parlano di un ulteriore scivolone verso 0,65 entro il 2025. Se il trend non si invertirà, ammoniscono le analisi più fosche, la forza lavoro potrebbe dimezzarsi nell’arco di mezzo secolo.

Cosa significa davvero la misura dei 75.000 dollari bonus  bambino?

A spiegare la filosofia del provvedimento è stato il fondatore e presidente Lee Joong-keun, 84 anni, intervenendo in una riunione interna: “Se la natalità continuerà a calare, la Corea rischia una crisi esistenziale: meno forza lavoro e meno personale per la difesa nazionale. La bassa natalità nasce dal peso economico e dalla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, per questo abbiamo deciso di intervenire in modo radicale”. Non solo parole.

Cosa significa davvero la misura dei 75.000 dollari per bambino?( Entecra.it)

Dal 2021 a oggi, l’azienda ha già erogato 7 miliardi di won a dipendenti che hanno messo al mondo 70 bambini. E annuncia ulteriori misure, come la copertura dell’affitto per le famiglie più numerose, fino all’ipotesi di case in locazione a canone zero per chi ha tre o più figli, se il governo metterà a disposizione terreni.

Il bonus è semplice, universale e senza cavilli: vale per tutti i dipendenti, donne e uomini, e non è legato a condizioni particolari di carriera o anzianità. Si somma a un pacchetto già ricco che include il sostegno alle tasse universitarie dei figli, il rimborso di spese mediche dei familiari e assegni per l’infanzia. Parallelamente, Lee ha proposto all’esecutivo di esentare dalle imposte sui redditi e sugli utili aziendali i programmi che incentivano le nascite, così che i dipendenti ricevano l’intero importo e le imprese trovino conveniente imitarli.

Il contesto aiuta a capire la portata. Nonostante gli sforzi pubblici – alloggi scontati per neo-sposi, cure post parto agevolate, un assegno nascita di circa 2.250 dollari – la Corea del Sud resta il fanalino di coda del mondo industrializzato per natalità. Molti grandi gruppi hanno ampliato congedi (fino a due anni), asili nido aziendali e supporto alla fertilità. Ma, come ha riportato il Korea JoongAng Daily, Booyoung è la prima a legare in modo diretto e immediato la nascita di un bambino a un trasferimento economico così cospicuo.

La figura di Lee, del resto, divide: benefattore noto per donazioni da oltre 100 milioni di dollari alla sua comunità d’origine e imprenditore che rivendica di aver diffuso l’affitto abitativo nel Paese, ma anche protagonista di vicende giudiziarie per evasione fiscale e appropriazione indebita che in passato gli sono costate il carcere e, per un periodo, l’impossibilità di ricoprire ruoli ai vertici di aziende legate alle sue attività. Una biografia controversa che non offusca, però, l’effetto shock della decisione attuale.

Quando e se una simile iniziativa potrebbe arrivare in Italia

E in Italia? La domanda sorge spontanea: un incentivo “alla coreana” sarebbe immaginabile nelle nostre imprese? Il paragone va maneggiato con cura. Il nostro Paese condivide con Seul il problema della denatalità, con un tasso di fertilità stabilmente attorno a 1,2 figli per donna e un numero di nascite ai minimi storici.

Quando e se una simile iniziativa potrebbe arrivare in Italia ( Entecra.it)

Sul fronte pubblico, l’assegno unico universale ha riordinato i trasferimenti per i figli, sono stati rafforzati – seppur per periodi limitati – i congedi parentali indennizzati a percentuali più alte, e si sperimentano sgravi contributivi per le madri lavoratrici. Ma un assegno aziendale da 70 mila euro per ogni neonato resta, per ora, fuori scala.

Il nodo è anche fiscale e di costo. In Italia, un bonus simile sarebbe inquadrato come reddito da lavoro, tassato e soggetto a contributi: per garantire 70 mila euro netti al dipendente, l’esborso lordo per l’azienda salirebbe sensibilmente.

Senza un regime di detassazione ad hoc, la misura rischierebbe di essere insostenibile per la quasi totalità delle imprese, specie piccole e medie. D’altro canto, esistono margini per politiche mirate: la detassazione dei premi di produttività, estesa o rimodulata in chiave natalità; la creazione di fondi settoriali condivisi tra aziende per co-finanziare bonus nascita; incentivi stabili alla creazione di asili nido aziendali e interaziendali; strumenti di flessibilità oraria più spinti.

C’è poi il tema culturale e logistico, che la stessa Corea del Sud pone al centro: l’equilibrio lavoro-famiglia non si compra solo con un assegno, per quanto generoso. Alloggi accessibili, servizi per l’infanzia capillari e prolungati, percorsi di carriera che non penalizzano chi diventa genitore, congedi per i padri realmente utilizzati e ben retribuiti, prevenzione della precarietà tra i giovani: senza questi tasselli, anche bonus milionari rischiano di essere cerotti su ferite profonde.

Eppure l’esperimento Booyoung ha un merito immediato: costringe governi e datori di lavoro, anche in Italia, a misurarsi con cifre e strumenti non simbolici, spostando l’asticella del possibile e alimentando una domanda che rimbalza nelle bacheche HR e nei tavoli della politica: quanto siamo davvero disposti a investire, qui e ora, per ogni bambino che nasce?

Loriana Lionetti

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